(…) Cicerone pranzava con una certa Citeride. Su di un gradino più basso si collocavano le «arpiste», chissà perché, e a seguire le «musicanti» in genere. Poi c’erano le prostitute vere e proprie, registrate come tali nelle liste degli «edili» (sic!). La professione più antica del mondo veniva esercitata nei «lupanari». E come erano fatti i lupanari? Pompei ne ha restituiti due: piccole stanze semibuie, ogni riferimento ai «bassi» genovesi è voluto, sul cui ingresso era disegnata la specialità erotica della donna che lo occupava, ottimo esempio di marketing. Prostitute e tenutari erano tassati. Perfetto. Già allora era sentita l’esigenza di una regolamentazione e di un inquadramento del lavoro svolto. Intanto ho appreso che un assessore della giunta del sindaco Marta Vincenzi, peraltro esperto conoscitore di dinamiche sindacali, ha paragonato le professioniste del sesso a pagamento alla categoria dei pedofili. Che dire? In psicoanalisi è molto conosciuto il fenomeno cosiddetto della «identificazione proiettiva», meccanismo elaborato da Melania Klein, partendo dal concetto di meccanismo di difesa, che Freud descrisse per primo. In sintesi «proiettare identificandosi» significa attribuire pensieri ed atteggiamenti propri (o di cui si ha profonda paura) ad altri, che sono invece ben lontani da tale ordine di idee. Ad esempio chi è avaro dirà che altri sono avari, e così via.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=286162
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Prima lo definisce una «cloaca», poi precisa che non voleva denigrarlo. Ora, o il capogruppo del Pdl al Senato non conosce il significato del termine. E ne fa uso improprio. O lo conosce e quindi voleva proprio denigrare il Csm e i suoi componenti. Difficile immaginare diversamente. Sentito da Radio Radicale Gasparri aveva infatti parlato dell’organo della magistratura come una «cloaca», e come un Consiglio «correntizzato, partitizzato e parcellizzato, uno scandalo che offende gli italiani». E aveva poi aggiunto: «Come presidente dei senatori del Pdl reputo prioritaria una equilibrata riforma della giustizia. L’obbligatorietà dell’azione penale è un feticcio teorico perché poi sono i magistrati a decidere quali processi fare e quali non fare. La separazione delle carriere è un’esigenza prioritaria per restituire maggiore trasparenza alla giustizia, la depoliticizzazione della magistratura è un’emergenza democratica». A suo avviso «la magistratura seria e laboriosa composta dalla maggioranza dei magistrati è la prima vittima di quattro guitti che usano le toghe per un’azione di militanza politica, che occupano militarmente il Csm e che non giovano ad un’immagine della magistratura fortemente incrinata come si vede dai sondaggi, una reputazione che la magistratura non merita. La riforma deve esaltare la funzione della giustizia – conclude – e noi la faremo sicuramente».
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=77265
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Nel primo caso di revisione di un’istanza di scarcerazione di un detenuto del carcere di Guantanamo da parte di una corte d’appello federale, i giudici hanno concluso che le accuse sulla base delle quali l’uomo è stato tenuto prigioniero per sei anni erano fondate su prove prive di sostanza e non verificabili. La sentenza ha persino ironizzato sulla tesi d’accusa presentata dall’amministrazione del presidente George W. Bush, secondo la quale le accuse dovevano essere considerate vere solo perché erano ripetute in tre diversi documenti segreti. La corte l’ha paragonata ad un verso del poeta (autore di Alice nel Paese delle Meraviglie) Lewis Carrol, tratto dal poema dell’assurdo «Caccia allo Snark»: «L’ho detto tre volte: ciò che dico tre volte è vero» recita uno dei protagonisti.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76772
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Le 9.30 di un giorno qualunque in Central Park . Scene di piccola, ordinaria quotidianità. Su una panchina due amiche conversano del più e del meno. Impercettibilmente, ad un tratto, lo scenario intorno muta. Una delle due amiche, avverte qualcosa di irrimediabilmente diverso. Tutt´intorno la vita sembra essersi fermata, improvvisamente. Poi qualcuno, nell´immobilismo assoluto, inizia ad indietreggiare.L´altra amica ripete, in modo automatico l´ultima frase prima di togliersi la vita. Inizia così ‘E venne il giorno’ con la descrizione di uno scenario apocalittico in cui apparentemente, ma solo apparentemente, la logica della vita sembra denaturarsi, svuotarsi di significati. Tutto si compie, irrimediabilmente, senza un motivo. Il genere del film, nell´ineguagliabile stile di Shyamalan, è una perfetta metafora del nostro vivere occidentale ma soprattutto del vivere ‘made in USA’. Ben inscritto in un´America post 11 settembre, dove tutto ciò che catastroficamente accade, apparentemente senza motivo, produce paure e agiti collettivi orientati alla ricerca di una ’sola’, ‘possibile’ verità a tutti i costi, con tutti i mezzi possibili, con esclusione, come ben sappiamo, di ogni altra ‘possibile’ verità. ‘E venne il giorno’ come già con The Village, veicola un messaggio forte. Le paure collettive simbolicamente proiettate verso il ‘nemico’, necessitano della costruzione sociale del ‘pericoloso’, che ha una sua fisicità e una sua identità.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76777
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