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Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud, Isole. Tante scuole. Non una sola, come direbbe forse l’istinto, come gridano le polemiche di questi giorni dopo le affermazioni del ministro Gelmini. I numeri raccontano le realtà diverse dell’Italia, calcolano le medie, le mettono a confronto e il risultato è chiaro: al Sud e nelle isole un ragazzo su quattro abbandona la scuola appena ha ottenuto la licenza media. Un record: la media europea è del 15 per cento, quella italiana sale già al 20, ma nel meridione il dato è ancora più pesante, 25 per cento.È la zona del paese più lontana dall’Europa; il Nord Ovest supera la media di poco, con un tasso di abbandono del 18 per cento, il Nord Est si allinea al 15 per cento, il Centro è di poco sotto. Lo studio di Bankitalia sull’economia delle regioni italiane del 2007 parla di un divario difficile da colmare: negli ultimi anni i ragazzi italiani che hanno lasciato la scuola subito dopo le medie sono diminuiti, ma la tendenza al ribasso non è sufficiente, almeno per il Mezzogiorno. L’agenda di Lisbona fissa l’obiettivo del dieci per cento: una percentuale che sembra irraggiungibile. E la distanza si misura anche su un altro fronte, quello del livello d’istruzione. Perché, al di là degli slogan, i numeri ancora una volta spiattellano differenze abissali, quelle calcolate dagli studi Ocse Pisa sulle capacità degli alunni in matematica, scienza e lettura e che vedono gli italiani ai piani bassi della classifica, con situazioni opposte nelle diverse regioni: nel Nord Est gli studenti superano la media europea, al Sud se ne allontanano di circa 70 punti.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=286024
Nel primo semestre dell’anno Tod’s ha totalizzato ricavi a cambi correnti per 347 milioni, in crescita del 9,7% rispetto al 2007. A cambi costanti i ricavi ammonterebbero a 355 milioni (più 12,2%). La crescita delle vendite ha accomunato tutti i marchi del gruppo, ma a mettere a segno il risultato migliore sono Hogan (più 23,5%) e Roger Vivier (26,9%). Tra le categorie merceologiche brillano le calzature (più 15,3%).
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=279876
È molto positivo, a mio giudizio, che si stia accendendo una vivace discussione sul senso e sul destino del Partito Democratico; e lo è non soltanto per questo Partito ma per la società italiana nel suo complesso. In Italia si stanno, infatti, affermando nuove forme di dispotismo che tendono a trasformarsi addirittura in nuovi sensi comuni fino al punto da fare apparire normali cose che solo qualche anno fa ci sarebbero apparse addirittura inconcepibili (dall’attacco sistematico alla divisione dei poteri, fino alla scelta – veramente repellente – di schedare i bambini Rom). Ma questo nuovo dispotismo con cui siamo costretti a misurarci quotidianamente – e su questo bisognerebbe interrogarsi – è direttamente connesso alla crisi dei partiti di massa che hanno connotato la politica del Novecento, e al fatto che non si sia ancora riusciti ad organizzare partiti di tipo nuovo, che contribuiscano ad evitare la deriva dispotica di un potere esecutivo che vuole sfuggire, tenacemente, ad ogni forma di bilanciamento e di controllo. Verso i vecchi partiti non bisogna avere, lo so bene, alcun atteggiamento di tipo nostalgico: occorre sapere, senza farsi illusioni, che l’epoca della politicizzazione di massa è tramontata e che i problemi con cui dobbiamo fare i conti a tutti i livelli – sociale, politico, persino antropologico – sono completamente nuovi e vanno dunque affrontati e risolti con strumenti e programmi all’altezza del nuovo millennio che si è aperto.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76720