È molto positivo, a mio giudizio, che si stia accendendo una vivace discussione sul senso e sul destino del Partito Democratico; e lo è non soltanto per questo Partito ma per la società italiana nel suo complesso. In Italia si stanno, infatti, affermando nuove forme di dispotismo che tendono a trasformarsi addirittura in nuovi sensi comuni fino al punto da fare apparire normali cose che solo qualche anno fa ci sarebbero apparse addirittura inconcepibili (dall’attacco sistematico alla divisione dei poteri, fino alla scelta – veramente repellente – di schedare i bambini Rom). Ma questo nuovo dispotismo con cui siamo costretti a misurarci quotidianamente – e su questo bisognerebbe interrogarsi – è direttamente connesso alla crisi dei partiti di massa che hanno connotato la politica del Novecento, e al fatto che non si sia ancora riusciti ad organizzare partiti di tipo nuovo, che contribuiscano ad evitare la deriva dispotica di un potere esecutivo che vuole sfuggire, tenacemente, ad ogni forma di bilanciamento e di controllo. Verso i vecchi partiti non bisogna avere, lo so bene, alcun atteggiamento di tipo nostalgico: occorre sapere, senza farsi illusioni, che l’epoca della politicizzazione di massa è tramontata e che i problemi con cui dobbiamo fare i conti a tutti i livelli – sociale, politico, persino antropologico – sono completamente nuovi e vanno dunque affrontati e risolti con strumenti e programmi all’altezza del nuovo millennio che si è aperto.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76720
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